Best Practice

Capitale umano e (m)PMI in era 4.0

- di Marco Travaglini
Tecnologia, connessioni, app ... e tutto ciò che decreta se un’azienda è o non è 4.0. Ma poi c’è il resto. Anzi, prima c’è il resto. E il resto è quel che può portare ad avere un’azienda (mPMI) 4.0



Partiamo da una considerazione: la maggior parte delle startup sono microimprese (con meno di 10k di capitale sociale e meno di 100k di fatturato) “vestite” da oggetti sociali e servizi innovativi ma che hanno gli stessi identici problemi delle PMI.

Se devo fare investimenti per una nuova visione, un nuovo prodotto, un ampliamento/riconversione, non posso non essere attento al ruolo manageriale, di soggetti con know how, di facilitatori che sappiano fare sistema, di direttori operativi, che aiutino l’imprenditore a trovare canali e strutturarsi e che, purtroppo, attualmente sono culturalmente tarati e ingaggiati con lauta ricompensa solo da grandi imprese.

Incentivi per R&D e startup sono ancora fuori da una massa critica di soggetti che, prima di innovarsi, devono strutturarsi e aumentare la loro dimensione e capacità produttiva, ma che non possono farlo senza capitale umano di livello.

Ma un bel Jobs Act su direttori, manager di PMI, temporary manager, facilitatori e PM (competenti e dunque costosi) per (micro e piccole) imprese che investono in sviluppo e crescita, non è possibile attuarlo?

Insomma, quando si passerà ad un “Piano Lavoro 4.0”? Un piano che preveda che chi investe, e dimostra una logica di strutturarsi e managerializzarsi (inserendo grandi competenze), può avere anche un incentivo maggiore per i suoi investimenti: logica di progetto su dimostrazione di managerialità e inclusione di capitale umano competente.

Le casistiche sono tante e ci dicono che, ancora una volta, il problema alla fonte è manageriale e culturale, poi strutturale.

Non aggiriamo sempre l’ostacolo dei punti deboli, sperando che la zavorra PMI diventi “segugio” dei pochi innovatori…
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nato a Rieti il 14.10.1977, residente in Roma, via Cutilia 47
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