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Le startup innovative in Italia: microimprese travestite da innovative? La risposta in 4 punti

- di Marco Travaglini
Manca davvero un sistema di capitali a supportare le startup, oppure mancano le vere startup - secondo definizione di mercato - ad attrarre capitali?

In Italia ormai sembra assodata la problematica relativa all’esistenza di imprese che possano definirsi precisamente con le caratteristiche proprie delle startup.

L’analisi della situazione ha portato in molti a ritenere - scegliendo così la strada più semplice – che sia la mancanza di capitali di supporto alle startup la questione centrale.

Tuttavia, l'offerta di capitali manca perché manca la domanda.

E questo può dipendere da più fattori.

Vediamo di seguito quali.

 1. Anzitutto il fit mercato/prodotto

In Italia manca un mercato B2B, vero motore che permette un salto veloce di ROE delle proporzioni indicate: l'acquisto di soluzioni enterprise è sicuramente più remunerativo in tempi brevi.

Guardando invece all'estero, le startup di vari settori (fintech, healthcare, etc.) sono per la maggior parte B2B. 

In Italia il mercato B2B lo conosciamo tutti: microimprese 900esche legate al territorio, spesso ancora rimaste alla seconda rivoluzione industriale (neanche con un CRM interno per automatizzare o registrare dati o processi).

Sempre in Italia esiste invece una domanda B2C latente nei settori più classici come food, cultura, sport, etc. Ma per scalare un mercato B2C ci vuole un numero di milioni di utenti che diano "certificazione" di ROE (20-40%) immediato, con vari modelli di business, con progetto molto impegnativo. 

Dunque, il problema principale è il fit prodotto/mercato molto difficoltoso. (Lasciamo stare poi i problemi legati all'ecosistema generale di giustizia, burocrazia, logistica etc che non favorisce nessun matching e neanche il fare impresa classico nel nostro Bel Pease). 

2. L'organizzazione/team 

Dai dati relativi al mercato startup (fonte MISE) si evince chiaramente che, la maggior parte, sono aziende con uguale impostazione delle microimprese:

• la maggior parte delle startup del registro imprese offre produzione di software o servizi di comunicazione, dato che, incrociato con altri, sembra rappresentare microaziende di 2/3 soggetti, persone fisiche che si adoperano nello sviluppo;

• il team spesso ha un’organizzazione molto classica con poca innovazione: ma quante sono le imprese nel registro speciale che hanno i requisiti in funzione di figure di alta competenza  tecnologica e ricerca avanzata?

Dati interessanti deriverebbero dal capire dettagliatamente la natura di tali spese di ricerca e sviluppo. 

Dati altrettanto interessanti da conoscere potrebbero essere quelli relativi al numero di imprese industriali o business angel investitori.

Questi ed altri dati, più l’andamento della situazione di tali realtà italiane, farebbero pensare con molta più coerenza alle “startup” come persone fisiche autoimpiegate in tecnologia e digitale quasi nella totalità dei fatti: microimprese travestite da innovative. 

3. Capitale e credito

Accesso al credito: se si analizzano i dati del fondo di garanzia classico con quello dedicato alle startup "innovative", le considerazioni non cambiano di molto.

Stesso discorso per il fatturato e capitale versato: identico a microimprese classiche che per avviarsi effettuano servizi al mercato, il cui capitale sociale serve a dare un minimo di respiro per comunicazione o avviare un ufficio/progetto per la vendita degli stessi servizi: sicuramente digitali e forse sperimentali, ma molto meno innovativi di quanto si pensi. 

4. Legislazione "innovativa": quanto rende in fase esecutiva di progetto?

Come fa una startup (sempre secondo inquadramento del dl 179) ad nell'oggetto sociale a priori dalle CCIAA, se poi non ha accesso al credito classico/agevolato (ovvero possibilità di essere almeno "osservata" da grandi capitali) perché il progetto esecutivo presentato - a posteriori dell'iscrizione in CCIAA - viene giudicato non innovativo? 

Quante di queste startup hanno avuto dinieghi nel credito e nel capitale perché i progetti non erano innovativi? La risposta fornirebbe un chiarimento essenziale per determinare il numero delle stesse… 

Dunque…

Il problema sta anche in un contesto di approccio imprenditorial-culturale, di prodotto, di territorialità e di persone i cui intenti non sono stati molto aiutati dalla legislazione attuale che, di innovativo, inserisce un atteggiamento che nei fatti sarebbe “sperimentale” e “digitale”. 

Ecco, più che startup innovative chiamiamole microimprese (di autoimpiegati) sperimental-digitali. 
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Responsabile Privacy – DPO Marco Travaglini,
nato a Rieti il 14.10.1977, residente in Roma, via Cutilia 47
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